RIFLESSIONI SULLA CAMBOGIA: I BAMBINI

cambodia

Ci ho messo tanto a prendere l’iniziativa per questo articolo, sono tornata da questo viaggio ormai da più un mese, ma c’è stato sempre qualcosa che non mi faceva decidere a cominciarlo.
Ho aspettato quindi, lasciando i sentimenti troppo vividi che hanno pervaso i primi giorni e le prime settimane dopo il ritorno per trovare una sorta di lucidità.

Quando ero in Cambogia, praticamente ogni sera, quando mi sedevo fuori dalla mia stanza in compagnia dell’immancabile Angkor beer, facevo un riassunto mentale della giornata trascorsa e mi accorgevo che si, il sentimento prevalente era l’entusiasmo, ma insieme a questo c’era sempre un qualcosa di inspiegabile, un sentimento vicino alla frustrazione.

Li per li non riuscivo ad andare a fondo, avevo troppa bellezza negli occhi e nella mente per riuscire a metabolizzare tutto. in viaggio poi, tendo un po’ a vedere tutto con un’aura di splendore se un posto mi colpisce al cuore come un Cupido.

Ho desiderato tantissimo questo viaggio ma senza caricarmi troppo di aspettative, quindi, quando sono atterrata a Siam Raep mi sentivo come una bambina il giorno di Natale, non potevo credere di essere li.

Con il passare dei giorni mi sono pero’ accorta che forse, non ero veramente preparata alla Cambogia, nonostante avessi letto guide, post su altri blog e quant’altro.
Non voglio essere fraintesa, sapevo in che tipo di Paese stessi andando, ma un conto è fantasticare da casa, un conto è essere li, di fronte a tutto.

Quello che posso dire sicuramente e dopo essere tornata, è che ho trovato nella Cambogia un Paese bellissimo, e una delle sue più grandi ricchezze sta nelle persone, in tante persone almeno.

È un Paese che soffre molto, non solo per i fatti atroci avvenuti soltanto poco più di 30 anni fa, ma anche per una situazione di alienazione mentale che avvilisce ancora gran parte della popolazione.

È un Paese che soffre la povertá, quella vera, che fa male se la si guarda e non la si ignora.

Non dico certo niente di nuovo, sono tutte affermazioni che non scrivo io per prima, sia chiaro.
Quello che vorrei fare qui, è dare uno specchio soggettivo su alcune sensazioni che ho provato durante il mio viaggio.

Durante i primi giorni, tra Siam Raep e Battambang, avevo trovato una guida – Sarak – che mi ha accompagnata alla scoperta dei famosi Templi di Angkor, dei Floating Villages lungo il Tonle Sap, su per una montagna, Kbal Spaen, per vedere le rovine di un Tempio….

…E con lui ho avuto modo di parlare molto, di tante cose.

Tra queste c’erano i bambini.

Quando si arriva davanti ad un tempio per esempio, si viene circondati da bambini che in inglese ti chiedono come ti chiami ed iniziano a mostrarti la loro mercanzia: braccialetti,  ciondolini fatti di cartoncino, teli, cartoline.. Sono piccoli (ad alcuni non avrei dato più di 5 anni) eppure sono li, sempre, mattino e pomeriggio, che piova o ci sia il sole. Chiedono un dollaro per un braccialetto e se non compri subito appena esci dal tempio si ricordano del tuo nome e ti chiamano: “Hello Elisa! I remember you, please buy a bracelet!”. Ho iniziato a comprare braccialetti/collanine/cartoline/qualunquecosa perchè per me era giusto cercare di aiutare, così mi veniva dal cuore almeno. Sentivo quella sensazione strana che si prova quando si è in posizione favorevole, e si cerca di venire incontro.

In tutte le occasioni pero’, quando alzavo gli occhi, non riuscivo a decifrare lo sguardo di Sarak: stavo facendo qualcosa di giusto o no?!

Cosi’, un giorno, durante uno degli spostamenti in macchina più lunghi, gli ho chiesto cosa ne pensasse dei turisti, di me, che compravo braccialetti e cartoline a profusione. Lui mi ha risposto che era una cosa giusta, perchè loro quei soldi li avrebbero usati per la famiglia e per la scuola. (Scuola, che sulla carta, è obbligatoria per i primi 6 anni + 3 in Cambogia. E’ gratuita, ma le divise e i libri sono a carico delle famiglie che spesso, non possono permettersele).

Li per li mi sono sentita sollevata, sentivo il desiderio di sapere che stavo facendo bene.

Poi andavo in camera la sera, aprivo la mia birra e qualcosa mi si insinuava tra i pensieri. Mi venivano in mente delle domande perchè so quanto lo sfruttamento dei bambini sia “normale” in tante parti dell’Asia, perchè per me, che sono nata a migliaia di chilometri, è normale invece andare a scuola e giocare, e non passare la giornata a rincorrere turisti, spesso maleducati e rudi, per vendere qualcosa.

Così venivo assalita dal dubbio che, nonostante le parole di Sarak, stessi facendo effettivamente qualcosa di poco utile dando quel benedetto dollaro, non so se mi spiego.

Il giorno seguente, Sarak aveva avvisato che sarebbe venuta Channa, altra guida esperta e parte della sua grande famiglia, che avrebbe preso il suo posto.

Quel giorno, all’uscita dal Tempio visitato, di fronte alla stessa scena alla quale ero ormai abituata, lei pero’ parlava ai bambini che sbuffando se ne andavano.

Quando ho chiesto spiegazioni, lei ha risposto che non è fare del bene dare un dollaro ai bambini e devono capirlo!

BUM!

“Perchè questo li spinge a non andare a scuola. Questo li porta a non ricevere un insegnamento che li porterà ad avere un lavoro, ma gli farà avere un sollievo momentaneo che li porterà a vivere nella miseria. Non saranno bambini per sempre.”

La scuola in Cambogia, è una di quelle istituzioni che vennero chiuse perchè giudicate inutili dal governo folle di Pol Pot, che ha portato a un livello di analfabetismo pazzesco in tutto il Paese. I genitori di questi bambini, in molti reduci dagli anni di privazione e distruzione dell’essere umano operata, vivono alla giornata. Channa mi raccontava che lei era stata una delle poche per la quale i genitori avessero fatto enormi sacrifici per farla studiare e farla diventare qualcuno.
Vivere alla giornata qui è comune. Le gente si riempie il cervello di televisione, piuttosto non hanno un letto dove dormire, ma la TV non puo’ mancare. Sai, hanno sofferto cosi’ tanto che ora non vogliono avere problemi e pensieri, è molto triste se ci pensi. 
Cosi’ succede che non si è portati a voler diventare qualcuno, perchè la vita va bene cosi’: vai un paio di ore a scuola al mattino, vendi braccialetti, torni a casa e ti metti a guardare la TV. Da grande lavori, torni a casa e TV. Lo facevo anche io, ma poi mi sono detta BASTA.  il Paese cosi’ non cresce, io non cresco”.

Parole pesanti, dette con naturalezza e ovvietà.

Tra le due versioni, quella sentita da Sarak e quella sentita da Channa, non so quale scegliere.
E uso la parola scegliere, perchè entrambe racchiudono la verità. Aiutare la famiglia per il presente o scegliere di compiere un piccolo passo per un futuro diverso.
Difficili entrambe.

Che cos’è un dollaro per me?! Un caffè al bar. Posso migliorare la giornata di questo bambino con quel caffè? Forse si.
Che cos’è un dollaro oggi? Un palliativo? Posso io fermare questa cosa non dando il mio dollaro? No.
E’ per questo che è difficile e vengono tante domande. Perchè ci si sente di voler fare di più, aiutando in modo utile e sensato ma è complicato farlo nel presente, li di fronte al Tempio con i braccialetti in mano e le manine che ti tirano i vestiti per chiamarti. E’ questa la frustrazione di cui parlavo qualche riga più su, quella che non capivo da dove venisse li per li bevendo la mia birra, ma che mi sono portata a casa.

Non penso ci sia un giusto e uno sbagliato. Le persone agiscono secondo il proprio istinto e secondo il proprio cuore, niente di più semplice e banale.

Quello che penso e che è sicuramente sbagliato, è il fatto che i bambini non siano bambini e basta.

Fatemi sapere i vostri pensieri con un messaggio

17 commenti su “RIFLESSIONI SULLA CAMBOGIA: I BAMBINI

  1. Un bel post come sempre e un quesito molto, troppo difficile perchè davanti a un bambino che tende la mano, è difficile pensare razionalmente alle implicazioni socio-economiche che potrebbe avere il dargli o non dargli un dollaro. Tu gliene hai dati e io pure l’avrei fatto: oltre alla monetina, hai regalato anche sorrisi.

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    • Ciao Cris! È sempre bello leggere i tuoi commenti! Grazie!
      Riassunto in poche parole, è proprio un casino. Ci sono cose che sono enormemente piu grandi di noi, e quando dico frustrazione è perchè stai li e dai quel dollaro, peró vorresti fare tanto di più. È davvero difficile pensare razionalmente, non ci pensi proprio ai risvolti, Se non dopo un pó, con un po’ più di lucidità..Per me è stato importante conoscere le mie due guide e sentire queste cose da loro. Hanno allargato la mia visuale, diciamo così, che non dico sarebbe stata limitata, ma un po’ come quando entri in un tempio senza guida. Lo vedi, ma non lo cogli fino in fondo se non sai quello che nasconde.
      Un bacione!

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  2. Brava e coraggiosa per aver deciso di affrontare uun soggetto cosi difficile e complesso. Non penso ci siano risposte semplici, e come dici tu, ci sono tante verita. La mia politica personale e’ di non dare soldi a meno che non ci sia una transazione economica che avviene tra le due parti. Almeno non crei l’aspettativa che nella vita si possa vivere dipenendo dalla compassione sfuggente dei turisti. Invece incentivi l’iniziativa e l’imprenditoria economica. Diciamo anche che prima di comprare qualcosa da un bambino (o adulto spesso), io ogni volta mi impegno ad approfittarne per spiegare allo sventurato qualche principio di micro-economia e di marketing. Un paio di precisazioni e cose a cui pensare: In molte parti del mondo, gli orari scolastici sono diversi dai nostri, con orari che permettono ai bambini di integrare attivita economiche domestiche o non (ad esempio, l’orario 6-12 e’ abbastanza diffuso).Quindi i bambini che vedi ai templi non stanno necessariamente bigiando scuola. Secondariamente, una triste realta e’ che i bambini imparano molto poco a scuola (in parti rurali dell’india il 90% dei bambini che terminano le elementari non sanno leggere,scrivere o fare addizioni) e che nonostante le migliori intenzioni dei genitori, l’educazione che i bambini ricevono e’ spesso de facto inutile. Se vuoi fare “qualcosa di piu”, adesso che sei tornata – in particolare in Cambogia- fammi sapere!

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    • Ciao Marti, grazie!
      Io li non sono riuscita a fare diversamente, soprattutto fino a quando non ho incontrato Channa che mi ha messo davanti il secondo lato della faccenda.
      Per il fare dopo, si! Magari! Io sono in contatto con “Friends”, in pratica è un’associazione di Phnom Phen che si occupa di dare lavoro ai ragazzi di strada. Avevo conosciuto a Battambang anche un’altra associazione australiana, sempre per lo stesso scopo.
      Magari sentiamoci, sarebbe utile anche fare un seguito a questo post con le “soluzioni” possibili, ci stavo gia pensando.
      Un bacino!

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  3. Forse si dovrebbe cercare di mettere da parte quei soldini che si distribuiscono a destra a manca e farne dono a qualche associazione locale che costruisce scuole ed educa le famiglie dei bambini a mandarceli. Grazie ad i blog come il tuo che pongono di queste questioni e preparano altri viaggiatori. Siamo campanelli al vento che si passano messaggi ed esperienze…

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    • Ciao! Assolutamente, ho scritto in uno dei commenti che sarebbe utile fare un post che segua questo in cui si indicano enti/organizzazioni etc.. Per fare qualcosa di più.
      Grazie per il tuo commento, lo scopo era proprio quello di mettere in luce un qualcosa di cui non si parla mai abbastanza purtroppo!

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  4. Questi argomenti sono sempre difficili e frustranti come hai detto tu,soprattutto perchè la maggior parte delle volte non si sa come comportarsi. Io,per come sono fatta, credo che come te non sarei riuscita a dire continuamente no a quelle manine tese,a quei visi che ripongono in ogni turista un po’ della loro speranza,però in effetti questo non basta,anzi, e quindi forse bisognerebbe unire a questo gesto di carità un aiuto pratico e più a lungo termine per queste popolazioni,come per l’appunto entrare in contatto con associazioni che cercano di dare lavoro.
    Bell’articolo,ciao!

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  5. Io avevo provato lo stesso senso di frustrazione in Perù. Ne avevo parlato anche io con le mie guide, che invece erano tutte contrarie all’aiutare i bambini dando loro dei soldi. Effettivamente lo penso anche io. Resistere a un sorriso e all’offerta di un braccialetto può essere difficile…ma a me piace pensare in grande e sapere che certe situazioni si devono cambiare dalla base, con l’educazione.
    Hai scritto comunque un bellissimo articolo!

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    • Ciao Giulia! Grazie davvero!
      Io purtroppo ho dovuto sbatterci la testa contro e sentire le due campane prima di poterci ragionare un po’ più a fondo.. E anche io ora penso che sarebbe meglio pensarla in grande, ma soprattutto i primi giorni, quando Sarak mi diceva che era un bene per la famiglia dei bambini non ho potuto dire di no.. Perchè ho visto tante realtà in Cambogia e mi è venuto spontaneo.
      Grazie ancora per il tuo commento!

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  6. Eli❤ che bell'articolo,scritto proprio con il cuore!
    Anche io sono sempre in difficoltà, è sempre un argomento troppo grande per noi abituati all'istruzione, alle comodità di tutti i giorni.
    E' che a volte gli occhi e i sorrisi dei bambini ti fanno sciogliere…
    Hai fatto bene ad "indagare" lo avrei fatto anche io!

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  7. Pingback: #traveldreams: pillole di 2015 tra viaggi e sogni | Baby you can drive my car

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